Sacra follia – alessandra dell’atti
Ho incontrato Antonio Moresco per la prima volta leggendo i suoi Canti del Caos, all’incirca vent’anni fa.
E’ stata una di quelle esperienze rispetto alle quali ci sono un prima e un dopo e nel dopo prende forma un destino.
Prima avevo la percezione di un mondo sottoposto ad un ordine prestabilito, che funzionava in base a regole immutabili già scritte, cui mi adattavo con grande sforzo e tormentata da un profondo senso di insoddisfazione e di insofferenza.
Dopo ho iniziato a credere che l’impossibile fosse possibile e a non censurare percorsi e visioni sulla base di quello che era ragionevole aspettarsi dai dati della cosiddetta realtà.
A mettermi in mano quel libro fu qualcuno che sarebbe poi diventato il padre di mia figlia. Anche l’incontro con lui segnò il mio destino, sebbene ora le nostre strade si siano irrimediabilmente divise. Mi consegnò le parole di Antonio dicendo: “Non credo che ti piacerà, ma dovresti leggerlo dato che se ne sta parlando”. In ogni caso iniziai quella lettura, quasi per sfida, senza minimamente immaginare che il mio modo di vedere le cose della vita ne sarebbe uscito stravolto.
Lessi le prime pagine seduta sul divano, nel salotto dei miei genitori, ma dopo poco mi trovai sopraffatta e come risucchiata dentro visioni che mi provocarono subito un intenso turbamento, dai risvolti anche fisici, che mi costrinse a letto per una settimana, con gli occhi incollati alle pagine di quel libro, insensibile al mondo esterno e in preda a sensazioni che non sapevo identificare. Una specie di epifania, il rompersi di un guscio a partire da una crepa che sentii distintamente aprirsi dentro di me, non senza dolore, una caduta improvvisa della percezione nello spazio cosmico a partire da quel divano, su cui avevo abbandonato le mie false sicurezze su ciò che era lecito attendersi da sé stessi e dalla vita.
Avvicinai la persona di Antonio Moresco solo molti anni dopo: nel frattempo avevo ricercato e letto tutto quello che di suo riuscivo a trovare e che non mancava mai di sconvolgermi e ispirarmi e farmi immaginare nuove possibilità dove sembrava che non ce ne fossero.
Lo feci con timore reverenziale, nonostante facesse di tutto per non ispirarne e mettere a proprio agio chiunque desiderasse interagire con lui. Sentirlo parlare fu una conferma, e diede inizio ad un rapporto di scambio e collaborazione che, passando per l’esperienza con Repubblica Nomade e i Terrestri, e continuando con la presentazione di alcuni suoi libri e la messinscena del suo Magnificat e di altri scritti, approdò ala residenza artistica in Valnerina da cui vide la luce una prima versione incompleta de Il Buio. Questo testo è per me un incontro nella stessa ferita, è la salvezza vista attraverso la cruna dell’impossibile.
Ora mi muovo in questo progetto con un senso di irrealtà, come dentro un sogno, incapace di credere che si stia realizzando, grata come si è grati a chi ti tira fuori dalle macerie dopo un crollo e ti indica nuove strade inaspettate.
Immersione nel buio
Recentemente mi è capitato per caso di vedere un documentario che narra le imprese di Johanna Nordblad, detentrice del record mondiale di apnea lineare in condizioni estreme.
L’atleta è approdata a questa disciplina dopo un infortunio in un altro sport che quasi le è costato una gamba, ein seguito al quale è stata necessaria una lunga e faticosa riabilitazione, accompagnata da dolori lancinanti all’arto ferito, che continuarono anche dopo che si era conclusa. Fu a quel punto che le venne suggerita la“terapia del ghiaccio”: immergendo la gamba nell’acqua gelata, dapprima riuscì a resistere meno di un minuto, sperimentando un dolore tale da ridurla in lacrime, poi cominciò a provare un sollievo impagabile, così intenso da spingerla ad immergersi completamente e nel tempo a decidere di misurarsi con l’apnea lineare sotto lastre di ghiaccio, fino a raggiungere il record di 103 metri di percorso.
Parlando della sua esperienza in quel frangente, la finlandese ha riferito di aver sentito un senso di accettazione profondo, in cui non percepiva nulla di spiacevole, scoprendo anzi molto di sé e della sua resistenza interiore:
“Volevo spingermi sotto il ghiaccio, più lontano di chiunque altro”. Parlando poi del freddo ha detto che se non ti lasci prendere dal panico, “anche se la sensazione è intensa, non fa male”, ma se non la accetti il dolore penetra sempre più a fondo e si espande, “non riesci più a pensare, ogni parte di te vuole contrarsi, chiudersi alla percezione per proteggersi, sembra di soffocare, ti senti pizzicare e bruciare dappertutto”.
Occorre prepararsi molto bene per uscirne indenni.
Per quanto possa sembrare un’esagerazione, provo molta affinità con l’esperienza di questa apneista: sono un’attrice e se è vero che l’attore è un “atleta del cuore” (come lo definisce Antonin Artaud), entrambe ci confrontiamo con i nostri limiti , le nostre paure, e ci sfidiamo per superarli. Ora il mio terreno di sfida è questo testo di Antonio, così potente da risultare estremo. Per immergermi dovrò guardare in faccia i miei demoni, le mie insicurezze, accettare più che mai il mio scandalo di fronte agli altri. È qualcosa che amo profondamente fare, anche se mi mette in pericolo. Come Johanna anch’io so che dovrò prepararmi bene e capire quali sono i momenti in cui risalire per prendere fiato, procedere per fasi, proteggere il processo.
Innanzitutto: “mai immergersi da soli!” e io faccio parte di un gruppo di persone in cui ripongo la massima fiducia, e non solo: ci legano anche affetto e complicità, la percezione che a ciascuno di noi è affidata in ugual misura la riuscita di questo progetto, il desiderio di sostenerci e incoraggiarci reciprocamente, la consapevolezza che sotto la guida di Antonio ci spingeremo nel buio “più lontano di chiunque altro”.
Assimilare il buio
Per ore, giorni, settimane, ripeto le parole scritte nel testo. Lo faccio prima di qualunque esegesi, a prescindere dalle intenzioni e dalle indicazioni che poi mi verranno da Antonio quando lavoreremo insieme. Imprimo ogni vocabolo nella memoria a partire dallo sguardo sul foglio, per mezzo di una voce neutra, lasciando che si innesti nel mio tessuto di ricordi, affidandolo alla mia grammatica interiore, affinché divenga tutt’uno con ciò che sono o penso di essere e possa riaffiorare in qualunque momento e condizione senza quasi sforzo cosciente. Se porterò fino in fondo questo processo di assimilazione, apparentemente “muscolare” e privo di coinvolgimento emotivo, sarò libera di far “accadere” lo spettacolo senza alcun filtro razionale a farmi da ostacolo.
In realtà questa fase, che sembra puramente meccanica, non è affatto priva di implicazioni sul piano dell’anima: le parole, precipitando nell’inconscio, risuonano e prendono vita attraverso sogni, visioni, pensieri inaspettati.
Uno dei miei sogni.
Sono in una casa di montagna. Una grande orsa feroce e il suo piccolo si aggirano sulla terrazza, sullo sfondo alte pareti rocciose impediscono alla luce di filtrare. Osservo la scena da dietro finestre semiaperte, che tento invano di chiudere, atterrita dalla possibilità che i due animali entrino o che la mia amata gatta possa incautamente uscire. Infatti accade: la gatta sguscia fuori attraverso l’apertura, terrorizzata si arrampica sulla balaustra per scappare. In preda al panico riesco a recuperarla, mentre la sua piccola testa soffice di pelo è quasi tra le fauci dell’orsa. Tremando per l’adrenalina serro la finestra, per poi accorgermi che un amico sta tentando di entrare nel tentativo di sfuggire alla bestia e anche se batte sui vetri e vorrei aiutarlo, la paura mi impedisce di aprirgli. Da dietro un’altra finestra scorgo un gruppo di persone intente a un pranzo sulla terrazza e vedendo che scherzano e ridono senza curarsi del pericolo, urlo la mia rabbia per la loro stupidità attraverso i vetri.
Un altro dei miei sogni.
Volevo fare uno spettacolo, in cui dovevo raccontare qualcosa, ma per quanto mi sforzassi, non riuscivo a pronunciare le parole che avevo in mente.
Cambio scena: assistevo ad un incidente, in cui veniva coinvolta una ragazzina in bici. Sulla strada, dietro di lei una ragazzina identica, anche lei in bici. La prima si voltava a guardare l’altra e dopo un gesto d’intesa deviava per andare incontro ad un veicolo che procedeva in senso contrario ad altissima velocità. Nel sogno, mentre osservavo atterrita quel che stava accadendo, pensavo all’attrazione fortissima che la ragazzina aveva provato verso il pericolo che le veniva incontro, riconoscendola anche in me e la ammiravo perché sebbene nello scontro si fosse ritrovata quasi illesa seduta sul cofano della macchina, non aveva perso la calma. La macchina, così pareva, non riusciva a frenare, o forse non lo faceva per evitare che la piccola fosse sbalzata lontano.
Qualcuno tra i presenti mi diceva che era ora di partire, nominava una destinazione che non avevo mai sentito, dicendomi che era quella verso cui si dirigeva l’auto e io pensavo, chissà perché, di ripetere le gesta della ragazzina per arrivarci.
Pensieri che brancolano nel buio. Diluvia da giorni e negli edifici che circondano il cortile stanno facendo dei lavori di ristrutturazione, che producono molte macerie. Mi viene in mente il mito di Deucalione e Pirra e, mentre il rumore della pioggia scrosciante si sovrappone a quello di un martello pneumatico, immagino le pietre prodotte dalla sua azione sui muri: me le getterò alle spalle, così diventeranno il pubblico del nostro spettacolo. In uno dei miei vasi sono fiorite due rose, grosse e perfette, di un delicato color pesca, profumate. Le contemplo a lungo, seduta sul balcone, e mentre penso ad Antonio e Cristina, che il giorno dopo verranno in città per partecipare al del Salone del libro, d ‘improvviso li immagino raggiungermi in volo e atterrare oltre la ringhiera, al tramonto, in controluce, con le loro ombre proiettate sul muro e mi convinco: Rita ritorna.
Muoversi al buio
Rituali preparatori.
Mi sottopongo ad un training fisico quotidiano che risvegli il mio corpo scenico: un corpo cioè che sia in grado di dismettere gli automatismi acquisiti per sopravvivere alla quotidianità (risparmiando energia, accennando e assorbendo movimenti in maniera funzionale) e sia più sensibile e reattivo rispetto agli impulsi interni e agli stimoli esterni, che manifesti quindi la propria intelligenza.
Non si tratta di raggiungere una determinata forma fisica, o dei traguardi atletici, ma di mettermi nella condizione di poter accedere ad un vocabolario più ampio di movimenti, attraverso i quali poi esprimermi sulla scena.
È un training personale, che ho costruito attingendo alle varie possibilità offertemi dai maestri con i quali ho lavorato in questi anni per approfondire la mia formazione: Sadreddin Zahed, Francis Pardeilhan, Danio Manfredini, Raffaella Giordano, Cesar Brie, e altri ancora tra cui Aldo Rendina, danzatore con cui continuo a studiare ogniqualvolta ne ho l’occasione. A partire da queste esperienze, ho assemblato una partitura fisica che eseguo come un rituale e che mette in gioco soprattutto la flessibilità della colonna vertebrale in relazione al respiro, opera il consolidamento di un centro a cui affidare il mio equilibrio e potenzia la duttilità a livello articolare e muscolare. Questa predisposizione del corpo riguarda anche la voce, che lascio agire liberamente mentre mi muovo.
Addentrarsi nel buio
Di solito svolgo questo training, che dura un paio d’ore, in un ambiente silenzioso, quasi fosse una forma di meditazione, ma in un secondo tempo e a ridosso delle prove con gli altri, continuo a muovermi immersa nei rumori provocati dal contesto e dalle persone che lo abitano e inserisco le suggestioni sonore legate al testo elaborate da Guido Affini: i canti gregoriani scelti da Antonio, i rumori della pioggia e del vento, il fragore diferraglie, il suono del diapason… tutto questo mi aiuta ad entrare anche fisicamente nell’atmosfera dello spettacolo.
Le indicazioni di Antonio sulla fisicità e sulla vocalità di Rita mi guidano verso la ricerca di una staticità ieratica, alternata a movimenti che coinvolgono principalmente la parte superiore del tronco: soprattutto le braccia (nel tentativo di volare, di abbracciare o di raggiungere qualcosa di più alto) e la testa (oppressa fisicamente dalle tenebre e abitata da visioni).
Un lavoro a parte è destinato ad occhi e bocca, che svolgono una loro danza esasperata e drammatica dall’inizio alla fine di questo spettacolo.
Ci sono poi una serie di movimenti inconsulti, di piccoli balli sacrileghi, che colgono Rita in momenti di particolare giubilo o autoesaltazione.
Antonio immagina per lei una voce inaudita, “circondata dal vuoto e senza tempo”, proveniente da un altrove abitato dal buio.
Cerco quindi le suggestioni in grado di ispirare lo stato interiore da cui può scaturire una simile emissione sonora nelle chiese vuote di mattina, nelle cripte, in alcuni musei lontano dagli orari di visita. Mi addentro in questi luoghi (la chiesa della Gran Madre di Dio a Torino, il Cimitero di Sassi, il Duomo di Modena, il Castello di Rivoli…) e ascolto il modo in cui i suoni riverberano e si trasmettono nell’ambiente. Ascolto e guardo le interviste a monache di clausura, mi colpiscono in particolare quelle a Suor Annamaria Canopi, il suo modo di parlare rivolgendo quasi la voce verso l’interno della cavità orale da cui si origina, con il mento attaccato allo sterno e lo sguardo che si muove dal basso verso l’alto.
La presenza di Rita deve essere perturbante e per questo attingo all’immaginario di alcuni artisti che hanno esplorato questo stato attraverso le loro opere, mi interessano soprattutto Francis Bacon e David Lynch. Dedico particolare attenzione alla produzione artistica di quest’ultimo: mi concentro sulla visione delle figure inquietanti che popolano i suoi quadri e i suoi film (The Elephant man, Fire walk with me, Lost Highway, Inland Empire e tra i quadri Sound over the waters, Laughing woman, Fire on stage, Alice thinks about suicide…), sulle musiche e i suoni che accompagnano le immagini (l’album Somewhere in the Nowhere di
Chrystabell, Dark Night of the Soul scritto da Danger Mouse e Sparklehorse, Blue Bob, che il regista ha eseguito con John Neff, Floating into the Night di Julee Cruise.. ), su ciò che dice e scrive riguardo l’essere abitati da ciò che temiamo.
Solo a questo punto del processo che precede le prove vere e proprie in teatro e con il resto del gruppo, esploro la relazione con la sostanza stessa dello spettacolo: il buio assoluto, quasi impossibile da sperimentare in questa epoca, una condizione estrema amplificata dal silenzio.
Ci provo da sola, in casa. Inizialmente resisto solo pochi minuti: l’esperienza è troppo intensa, risveglia in me paure ancestrali e mi provoca uno spaesamento che, a partire dalla perdita di ogni riferimento spaziale esterno si trasmette ad una condizione interiore di smarrimento e angoscia. Ma come il ghiaccio, il buio può condurre a oltrepassare i propri limiti, a percepire parti di sé in cui si celano risorse preziose e insospettabili, a superare tabù e in definitiva ad un senso di libertà molto profondo. A patto di accoglierlo, di non tentare di sfuggire al suo cospetto, di non usarlo per nascondersi. E così a poco a poco imparo ad immergermi in questa condizione estrema, a non trovarvi nulla di spiacevole, ad abbracciarla. Non vedo l’ora di condividerla con il pubblico che interverrà e di sapere come reagirà. E poi bisogna confrontarsi con il suo opposto, con la luce, e anche questo non è semplice: bisogna saperla ricevere, accettare fino in fondo il proprio scandalo.
Mi preparo a lavorare con Stefano Mazzanti, a interagire con il raggio lunare che inventerà e con il quale dialogherò in scena. Cerco suggestioni nel modo in cui la luce, alternandosi all’ombra, intercetta e scolpisce il colonnello Kurtz in una delle scene iconiche del film Apocalypse Now. Il lavoro del grande Vittorio Storaro (straordinario “cinematografo “, come ama definirsi) nel capolavoro diretto da Francis Ford Coppola, mostra il lento disvelamento di questo personaggio in un percorso che dall’oscurità (l’inconscio, le tenebre), lo porta a mostrare lentamente il volto (la sua identità), come se si dovesse ricostruire in un puzzle, attraverso un gioco misterioso e affascinante che ci restituisce la sua battaglia interiore. Guardo e riguardo questa scena più volte, cercando di trovare un mio possibile, altrettanto intenso e significativo, personale rapporto con questo personaggio che è la luce, con il quale condividerò la scena di cui insieme al buio è protagonista. Sarà un lavoro lungo e stimolante, a cui mi sto solo avvicinando e che dovrò quasi interamente a Stefano.
Anche collaborare con Rita Deiola è per me entusiasmante: non conoscevo il teatro delle ombre e lo stoscoprendo con lei. Il combattimento con il mostro sarà una danza rituale che costruiremo insieme, grazie alla sua esperienza, che si rifà alla tradizione indonesiana, e grazie alle suggestioni di Antonio, che ci rimanda alla gestualità presente nei film di Akira Kurosawa. Potrò attingere anche ai ricordi che ho di mio padre, insegnante di Aikido, mentre si allena con la katana giapponese.
Abbandonarsi al buio
Da qui in poi l’immersione sarà completa, e tutto ciò che ho assorbito, conseguito, sperimentato, durante queste fasi che precedono e accompagnano le prove vere e proprie, confluito in zone recondite della mia coscienza, riaffiorerà in vari modi spontaneamente, mentre mi affido, anzi mi abbandono alla guida di Antonio e all’interazione con i miei preziosi compagni di lavoro, in un viaggio che è solo all’inizio e che sarà lungo e non privo di imprevisti.
Già, perché la Vita irrompe e ci interrompe sempre, e mentre ci lasciamo trasportare dalla magia del teatro nel mondo infuriano guerre, ai conflitti si sommano ingiustizie sociali di tutti i tipi, piccole e grandi calamità, eventi familiari lieti o funesti, questioni pratiche e molto terrene che reclamano la nostra presenza fisica e spirituale, ci chiedono di prendere posizione e di intervenire come possiamo. Ma anche tutto questo fa parte del processo e ha un ruolo attivo nel suo divenire, che continuerà anche in presenza del pubblico e con la sua partecipazione durante lo spettacolo, allorché finalmente, come diceva uno dei miei maestri, Leo de Berardinis, “non ti preoccupi più dell’apparenza, di come appari, della rappresentazione: in quel momento sei”.
Piccole emersioni per evitare l’inabissamento.
Nell’ attraversare una simile materia incandescente, un testo che tocca le corde più oscure e dolenti dell’animo umano e ne esaspera i toni, evitando di cadere, o meglio di sprofondare nella tragedia e così di divenire incapaci di sostenerla in scena e nella vita, occorrono espedienti: strumenti, che come la sega con cui nuota Johanna durante l’apnea, scongiurino il peggio o buchi nel ghiaccio che permettano di riprendere fiato intervalli più o meno regolari.
Mia figlia per me è ossigeno. Lasciarmi coinvolgere nel suo mondo di “bimba/ragazzina occhi-acquamarina” (Anne Sexton ), non sottrarmi alle incombenze generate dal suo essere un universo in espansione, alle intemperanze da “piccola ribelle” ( ahimé come nella canzone di Patti Pravo che le cantavo per addormentarla) che il suo essere “ zarina dinamitarda” talvolta mi impone, mi mantiene a stretto contatto con la vita e mi aiuta a tornare con i piedi al suolo ogni volta che immagini e demoni prendono il sopravvento.
Anche la meditazione e le esperienze condivise con i miei compagni di pratica buddista contribuiscono a non isolarmi nella “bolla” creata dal teatro e a riconnettermi con il tessuto umano e sociale al di fuori del suo contesto. E poi ci sono il cinema, la musica: alcuni brani hanno il potere di dissipare l’entropia che in me si genera sempre, quando mi lascio travolgere da processi interiori molto intensi o impiego troppe energie per superare inibizioni e vincere la mia naturale resistenza ad espormi in pubblico. Penso ad esempio a Casa da floresta di Nanan o ad alcuni titoli di Goran Bregović: brani di segno opposto a quello dei canti gregoriani presenti nello spettacolo.
Poi ci sono i viaggi e le gite nella natura ogni volta che è possibile (l’Umbria, Portovenere, Prali…), le mostre, il buon cibo… E ci sono loro: i miei compagni di viaggio. Tra noi si sono creati affiatamento e sintonia profondi. Quello che condividiamo è molto significativo per ciascuno di noi in maniera diversa: sia che si tratti di esordi, sogni che si realizzano, nuove opportunità, esperimenti arditi. Il clima è fortemente concentrato, non mancano le crisi, ma l’ironia e la convivialità ci sostengono, la leggerezza ci soccorre nel non perdere il senso della misura: in fin dei conti non stiamo facendo un’operazione a cuore aperto (diceva il mio maestro Cesar Brie: “rilassatevi: quello che mettete in scena, da solo non cambierà il mondo”), ma uno spettacolo.
Uno spettacolo di teatro, ecco cos’è. Niente di più e niente di meno. Questo spettacolo però è già il mio record personale di immersione dell’anima in condizioni estreme.
scintille di buio – video teaser
Scritti e riFERIMENTI
Antonio Moresco –
Sacra Follia
Attraversato e tormentato da figure legate al sacro, colte nel punto dove sanità e follia diventano compresenti e irradianti, Il buio è una «tragedia siamese» ricca di didascalie sceniche dettagliate, frutto del lavoro registico intrapreso dallo scrittore in prima persona.
Il processo creativo dello spettacolo, che ha debuttato al Teatro delle Moline di Bologna nel marzo 2024, è analizzato da testi altri, a opera dell’attrice, dall’aiuto regista, dalla creatrice delle ombre e dai collaboratori artistici alla scena e al suono.
Come passo ulteriore di un viaggio nell’immaginario di questo importante scrittore, Sacra follia raccoglie anche, in forma inedita, il testo Passione e morte di un burattino, una «tragedia travestita da scherzo», più sincopata e scarna, perché non ha ancora visto un lavoro registico verso la messinscena.
Rassegna Stampa
“…Questa drammaturgia intuisce e ci fa intuire che la santità è una meta che si raggiunge solo attraversando l’oscurità del male stesso, che ne fa parte, e man mano illuminandola. […]
Molto interesse e molti applausi.”
Maria Dolores Pesce – BUIO (IL) – regia Antonio Moresco
“…E la lingua di Moresco nel disegnarla è un bisturi capace di incidere la carne, di trasformare la bestemmia in poesia, di ribaltare il Male in quell’ipermorale evocata da Bataille. E di consegnarci, in questo modo, un piccolo gioiello teatrale che risplende di luce nera”.
Graziano Graziani – Il Buio di Antonio Moresco
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fotografie di Margherita Caprilli e Lorenzo Spagnolo
