Una storia che è quasi una fiaba nella forma e nel linguaggio sostanzialmente immaginifico tra parole, azioni danzate ed immagini proiettate da una lente di ingrandimento che aspira a parlare più all’anima che alla ragione.
Performance di teatro.
Com’era anticamente per le fiabe, lo spettacolo è rivolto ad un pubblico adulto non allo scopo di distrarlo dalla vita reale, ma di indagarne gli aspetti più misteriosi e nascosti, per riconnettersi a quelle parti di sé normalmente inascoltate, in cui si celano le risorse per affrontare e superare le crisi a volte irreversibili delle relazioni umane.
Il preludio saranno le parole di Ofelia dall’Amleto di W. Shakespeare, la nostra fiaba una proiezione contemporanea del personaggio di Ofelia stessa che sopravvive alla tempesta della disperazione sentimentale, inoltrandosi in uno spazio bianco della propria percezione e della propria vita..
Un luogo dell’anima, dove i sentimenti sono completamente anestetizzati, dove l’Amore verso se stessi e conseguentemente verso gli altri, viene tenuto a distanza in una zona del passato inaccessibile alla vita stessa, entrando in un isolamento tra silenzio interiore e solitudine, dal rumore sordo e statico, come tra i ghiacci di un Polo Sud.
Il racconto dà voce, in maniera lineare e quasi distaccata, al dolore muto della sopravvivenza di una donna nell’adattarsi ad una vita non scelta, ma accettata per puro istinto di sopravvivenza.
Nello scorrere del Tempo, un canto leggero come il volo di una farfalla bianca o di milioni di esse, origine e frutto di una coscienza collettiva ed individuale al femminile, interromperà questa ibernazione del proprio essere, guidando il corpo verso una rinascita di se al di là del mare che circoscrive le lande ghiacciate, verso una terra dove attualmente lei abita e vive con la propria figlia, nella consapevolezza che scegliere un presente significa determinare il futuro e non solo per se stessi.





Crediti
| autrice | Alessandra Dell’Atti |
| con | Alessandra Dell’Atti |
